Ama
Solo
Chi non teme
Di perdere tutto.
SC

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giardinaggio

Abitavo in un piccolo paese di collina, arroccato sulle rocce a strapiombo sul Lago di Garda. Avevamo la scuola elementare, due stanzoni con due maestri, era una pluriclasse.
Non facevamo educazione civica, ma un’ora alla settimana, quando il tempo lo permetteva, ci dedicavamo al giardinaggio delle aiuole di iris e rose e piante aromatiche e del prato che circondava la scuola.
Il maestro Orio ci insegnava a distinguere le erbe buone dalle erbacce, a fare pulizia, a tagliare i rami secchi.
Era lezione di vita, di come preservare la vita: se un germoglio è invaso dalle ortiche, il germoglio da solo non potrà vincere e non vedremo sbocciare una dalia.
E’ un ragionamento semplice, lo capivamo anche noi bambini di un tempo.
Ci insegnava a scegliere la bellezza, a curare i fiori dell’anima, a non aver paura di tagliare i rami ormai caduchi, che portano via energie e sostanza e disperdono la linfa. Ci insegnava che la vita continuava, con i ritmi della natura, che in ogni stagione si potevano fare delle cose, e che farne al momento sbagliato avrebbe forse compromesso la crescita stessa e il rigoglio del giardino.
Ma sapevamo anche che se avessimo per errore estirpato un germoglio, il maestro Orio ci avrebbe aiutato a ripiantarlo.
Non seguivamo lezioni libresche di educazione civica, ma facevamo qualcosa di più importante: imparavamo ad avere cura, tutti insieme, i dodici allievi, del bene comune, a ripulire il prato dalle cartacce e dai mozziconi di sigaretta che venivano lasciati la sera, a sistemare i sassi ballerini delle scale, in modo che le nonne recandosi dal dottore non inciampassero e non si facessero male, a seppellire gli uccellini morti vicino ai cipressi, in modo che la loro decomposizione fertilizzasse il terreno.
Sono ricordi di bambina con il grembiule nero e il colletto bianco, che a volte si vergognava di indossare dei vestiti di seconda mano sotto il grembiulino e che si sentiva sempre diversa e mai all’altezza, per questo non voleva mai andare alla scuola alla mattina, e faceva arrabbiare la mamma e quando perdeva la pazienza la prendeva per i codini per mandarla a fare il suo lavoro. Non ci volevo proprio andare alla scuola, la stradina tra i campi era irta e faticosa e in salita in inverno con la neve e il ghiaccio si scivolava; in primavera sui muri a secco potevi incontrarci lucertole e serpenti che oziavano al sole tra i muschi e le microscopiche felci che raccontavano storie e incanti, e ti rapivano, finché le urla della mamma non ti raggiungevano per spingerti avanti.
Ma cos’è la vita, alla fine, se non un ricordo?

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Le lunghe notti – Gli ultimi addii

Lunghe le notti d’attese
Spento a scrutar l’oscuro bianco
Il cuore prosciugato disincanta
La spuma biancheggia
Sul limitar dell’onda
Il brulicare incanta e acquieta
Nessuno chiama, nessun risponde

Risali lento l’arena che imbrunisce,
Amato immor[t]ale che t’attardi,
Rechi un muto pensiero e non mi vedi
Resa pietra dalle marne della rupe.
Siedi accanto, volto amato
Troppo amato al tuo dire, troppo.
Vorresti forse dire, che dir ancora?
Le labbra serrate, lo sguardo stanco.
Un bacio chiedi e ti abbandoni.
Ti accarezzano le mani piccoline.

Sono apparsa sulla spiaggia
Scoglio tra gli scogli, invisibile a me stessa
Ascolto la risacca della rabbia
La tua, ultimo amato d’amor profano, celata
Dalla mente ingannatrice

Dici: “che significa il mio nome, lo sai tu?”
Il nome. Chiedo: “tu sai il mio?”. No’l dici.
Lenta scompaio dalla tua vista
Negato il nome, ombra tra le ombre.
Eppur nell’ombra ancora
Per te pensieri di dolcezza
S’agitano nelle notti bianche
Solitarie nel ritiro fortunoso.

A che è valso il mutuo penare
Se al fin d’una vita narri ancora,
Se-ducente al primo incontro,
Del vagar crudele che t’opprime?

A che valse la presenza amorosa
Che poco chiese e troppo diede?
A te nulla, forse, ché mi annulli.
Un’isola riarsa, a me, terra bruciata
Che per te esplorai nel profondo
Tornando ad ogni alba e al tramonto
Con nuovi frutti e fiori d’incanto.

Scende l’alba pietosa sulla notte scarna
S’alza la nebbia, lontano il pianto.

Pura d’amor sincero
Torno alla rupe di timo odorosa
Muta ascolto e non ho forza
Di sospirare un lamento.

Il vento porta la canzone antica
D’altra rupe: Didone canta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Itaca brucia – Gli ultimi addii

Cosa sai
amato immor[t]ale
di un talamo che urla il tuo nome,
dell’attesa che consuma
intrecci di pensieri all’arcolaio,
dei passi roboanti
nelle stanze vuote?

Tu eri approdato a Itaca
Nel casuale rincorrersi di isole
Non ad Ogigia
Né sull’isola dei Feaci.

Itaca, non hai riconosciuta.

Il viaggio millenario
Ti ha privato del cuore
Non della sagacia nell’inganno.
Giungesti ad Itaca
Mi chiamasti Nausicaa.
A lungo attesi
il tuo risveglio dall’errore.

Penelope, anch’essa mutata
Dall’incessante scolpire del vento,
Congiunta a Cassandra la folle,
Mutaforme trovasti, scagliante dardi:
Amazzoni, su Itaca, non Proci.

Tu proseguisti nell’inganno feroce
Traditore di te stesso, pavido di livore.
A lungo invano attesi una scelta
Sorridendo con la bocca rotonda
Come il vuoto che creavi nel petto.

Da mesi ri-parti ogni giorno
Come un ladro,
Nascoste a te stesso le vere intenzioni.
Ti vidi intrecciare una zattera
Fingendo di raccogliere conchiglie
E tronchi scolpiti dalle onde.

Riparti e trafiggi, un’ultima volta,
Un’altra ancora.
Lo compresi a fatica,
Raccontandoti arcani
Della vita – la tua –
Che sgocciola tra le mani indifferenti.

Resto muta, sospesa sulla rupe dubbiosa,
La più alta dell’Isola
Luminosa e ineffabile.
Lacrime segrete hanno lavato via
Voce e volontà.
Cieca intuisco le tue manovre
La vista ovattata
Il corpo di marna.
Dalle menadi amiche
Non giunge consiglio.

Partirai, hai deciso,
Un giorno o l’altro o l’altro ancora:
Partirai, per non voler restare.

Che il veleggiare ti sia lieve,
Odisseo marino
sulla carcassa di ingiuria.

Nuove e giovani braccia amanti
Tra salsedini e inganni
Conforteranno il tuo vagare.

Che gli dei ti siano clementi
Marino Odisseo:
Indulgenti ti risparmino
La coscienza di chi ero.

Parti, coraggio, il pelago si apre
Alla tua fuga
Nè più io ti trattengo.

Non volgere, però, lo sguardo.

Lascia che Itaca bruci
E spazza la tua cenere di ricordi.
Io attendo sulla rupe
Mentre l’isola – con me –
Svanisce inesorabile
Tra flutti e nebbia.

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parlare ancora

Alba pallida.
Abbozzato è l’autunno
Sulla finestra.

Ascolto. Piove
Tra le arcuate vetrate.
Tiepida notte.

09.09.2017

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Casa di Sassi ed Acqua

changingmoods

PieveDiTecoAmo le case di sassi e muschio.
Adoro camminare a piedi nudi sull’ardesia colore del cielo senza stelle, origliare la pietra graffiata mentre fa l’amore con le travi screpolate dal tempo.
Mi addormento al sicuro se nel dirupo scorre insistente un ruscello ingordo, nutrito dall’impervio temporale estivo.
La pioggia che delinea il liminare delle stagioni, rumore di fondo palpitante  che scuote la mente dalle ossessioni dei pensieri e la libera dalle piccolezza quotidiane.

Solo nel vuoto nascono i pensieri.
E nella pietra.
Nel suo inno ancestrale alle sfumature del grigio.

Le osservo, queste venature di sangue interstiziale, con rispetto e un po’ di vergogna, mentre si scagliano fuori dal cemento, sfidando la gravità, e ruzzolano intorno, mutando ad ogni momento forma e disposizione. O almeno così pare ad uno sguardo attento e mimetico. Mi stupisce la varietà di forme, l’accostamento di piccoli ciottoli levigati a massi ragguardevoli, a sfoglie disegnate da…

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Tigli in estasi.
Contro ogni logica
L’attesa è vita.

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La mia bambina mai nata
Pensata
Soltanto sognata
Si chiama Leonora C.

Nulla più che un’idea
Di sorpresa, sospesa
Sull’alba di un mondo
Sul bocciolo di rosa.

Un’infinita
Piccola cosa.

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Passeggeri

Sul telefono
Racchiusi, in un mantra,
Si affidano ai like.

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desidero ancora

Volevo un amore
Dal profumo marino,
Turchese e puro.

Il tempo solo
Saprà quanto è stato,
E cosa non è.

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Lasciar andare
Respirare il verde.
Il tempo saprà.

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