Lunghe le notti d’attese
Spento a scrutar l’oscuro bianco
Il cuore prosciugato disincanta
La spuma biancheggia
Sul limitar dell’onda
Il brulicare incanta e acquieta
Nessuno chiama, nessun risponde
Risali lento l’arena che imbrunisce,
Amato immor[t]ale che t’attardi,
Rechi un muto pensiero e non mi vedi
Resa pietra dalle marne della rupe.
Siedi accanto, volto amato
Troppo amato al tuo dire, troppo.
Vorresti forse dire, che dir ancora?
Le labbra serrate, lo sguardo stanco.
Un bacio chiedi e ti abbandoni.
Ti accarezzano le mani piccoline.
Sono apparsa sulla spiaggia
Scoglio tra gli scogli, invisibile a me stessa
Ascolto la risacca della rabbia
La tua, ultimo amato d’amor profano, celata
Dalla mente ingannatrice
Dici: “che significa il mio nome, lo sai tu?”
Il nome. Chiedo: “tu sai il mio?”. No’l dici.
Lenta scompaio dalla tua vista
Negato il nome, ombra tra le ombre.
Eppur nell’ombra ancora
Per te pensieri di dolcezza
S’agitano nelle notti bianche
Solitarie nel ritiro fortunoso.
A che è valso il mutuo penare
Se al fin d’una vita narri ancora,
Se-ducente al primo incontro,
Del vagar crudele che t’opprime?
A che valse la presenza amorosa
Che poco chiese e troppo diede?
A te nulla, forse, ché mi annulli.
Un’isola riarsa, a me, terra bruciata
Che per te esplorai nel profondo
Tornando ad ogni alba e al tramonto
Con nuovi frutti e fiori d’incanto.
Scende l’alba pietosa sulla notte scarna
S’alza la nebbia, lontano il pianto.
Pura d’amor sincero
Torno alla rupe di timo odorosa
Muta ascolto e non ho forza
Di sospirare un lamento.
Il vento porta la canzone antica
D’altra rupe: Didone canta.