Ama
Solo
Chi non teme
Di perdere tutto.
SC

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Cani – Gli ultimi addii

Gli innamorati
Scivolano sulla notte
Asfaltata di sguardi
Baldanzanzosi d’incuranza
E radici intrecciate tra le dita.

Informe,
Invisibilità di bianchi capelli,
Il mio passo greve,
Invecchiato in due anni
Più che nel ventennio.
Lo sguardo evaso
Di cane guardingo.
Rizzo l’udito. Evito
Persone, pedate e pietre.

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Nord – Gli ultimi addii

Tornerai al nord
Nella luce che non mente
E piangerai
Di nuovo, forse
Per un abbraccio ad olio
O un urlo
Dalle pennellate tese.

E di nuovo, forse
Mi lancerai
Nell’angoscia
Delle ingrate doglianze
Dei doveri eludibili
E chiederai di nuovo
Nella luce polverosa dell’estate
“Cosa farai, adesso, cosa farai?”

Ti guarderò senza sorpresa,
Lo sguardo vuoto e tagliente
Negli occhi la luce del nord.
“E stavolta chi è quell’altra
Non amata, ma preferita,
Mascherata di vacuità?”

Il tempo circola
Su parole ripetute
Invano
Scava il suo corso
E logora

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Bip – Gli ultimi addii

Se fossi invisibile
Non cambierebbe poi molto.
Un bip al tornello
Può sempre sfuggire.
Uno schermo di luce
Non vuol dire presenza.
Un ticket più o meno
Non fa differenza.
Mancherebbe a qualcuno
Un sorriso non visto
Un silenzio importuno?

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spazi – Gli ultimi addii

Nel mio amore c’è vita
Per la gioia, il dubbio
La fede e lo sconforto.

Nel mio amore c’è spazio,
Un posto pulito
Per tutti i tuoi affetti.

Tu non lo credi.

Dall’alba al tramonto
Mi plasmi, contorto.

Rimane la nebbia
Pungente nel cuore.

Tu non mi vedi.

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spazi – Gli ultimi addii

Nel mio amore c’è vita
Per la gioia, il dubbio
La fede e lo sconforto.

Nel mio amore c’è spazio,
Un posto pulito
Per tutti i tuoi affetti.

Tu non lo credi.

Dall’alba al tramonto
Mi plasmi, contorto.

Rimane la nebbia
Pungente nel cuore.

Tu non mi vedi.

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Widmung – Gli ultimi addii

Mi allaccio a te,
Naufraga della coscienza,
Germoglio
Di amore ispirato
Speranza che redime
Dall’oblio dell’essere
Corpo che radica
Calore che scalda.
Tu.
Mio io migliore.

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Ricorrenze – Gli ultimi addii

Non splenderà il quarto
Di benedetto secolo unito,
Né il cinquantesimo
Dei tuoi compleanni.

Non sarà festa
L’alloro dei figli
Nell’albeggiare
del loro cammino.

Amare lontano
È pervinca tra i rovi,
Mora di bosco
Consunta
Di ombra odorosa

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12 maggio – Gli ultimi addii

Ogni ritorno
Cibarsi del tuo corpo
Cena raffinata
E ultima.
Di fronte a me
Il miglio verde.
“Cosa avrebbero pensato?”
È il cantico del boja

 

Piangevi
Dicevi
“Non posso rinunciare
Agli affetti”
In bilico
Sul bordo dei letti
Pensavo
“E io?”
Scomparivo
Tra le lenzuola.
Larva
D’un amore inusato.

 

Vivo sospesa
Né madre né figlia
Né amante né sposa.
Rincorro le ombre,
Rimpiango il riposo.
L’eternità è una spina di rosa.

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giardinaggio

Abitavo in un piccolo paese di collina, arroccato sulle rocce a strapiombo sul Lago di Garda. Avevamo la scuola elementare, due stanzoni con due maestri, era una pluriclasse.
Non facevamo educazione civica, ma un’ora alla settimana, quando il tempo lo permetteva, ci dedicavamo al giardinaggio delle aiuole di iris e rose e piante aromatiche e del prato che circondava la scuola.
Il maestro Orio ci insegnava a distinguere le erbe buone dalle erbacce, a fare pulizia, a tagliare i rami secchi.
Era lezione di vita, di come preservare la vita: se un germoglio è invaso dalle ortiche, il germoglio da solo non potrà vincere e non vedremo sbocciare una dalia.
E’ un ragionamento semplice, lo capivamo anche noi bambini di un tempo.
Ci insegnava a scegliere la bellezza, a curare i fiori dell’anima, a non aver paura di tagliare i rami ormai caduchi, che portano via energie e sostanza e disperdono la linfa. Ci insegnava che la vita continuava, con i ritmi della natura, che in ogni stagione si potevano fare delle cose, e che farne al momento sbagliato avrebbe forse compromesso la crescita stessa e il rigoglio del giardino.
Ma sapevamo anche che se avessimo per errore estirpato un germoglio, il maestro Orio ci avrebbe aiutato a ripiantarlo.
Non seguivamo lezioni libresche di educazione civica, ma facevamo qualcosa di più importante: imparavamo ad avere cura, tutti insieme, i dodici allievi, del bene comune, a ripulire il prato dalle cartacce e dai mozziconi di sigaretta che venivano lasciati la sera, a sistemare i sassi ballerini delle scale, in modo che le nonne recandosi dal dottore non inciampassero e non si facessero male, a seppellire gli uccellini morti vicino ai cipressi, in modo che la loro decomposizione fertilizzasse il terreno.
Sono ricordi di bambina con il grembiule nero e il colletto bianco, che a volte si vergognava di indossare dei vestiti di seconda mano sotto il grembiulino e che si sentiva sempre diversa e mai all’altezza, per questo non voleva mai andare alla scuola alla mattina, e faceva arrabbiare la mamma e quando perdeva la pazienza la prendeva per i codini per mandarla a fare il suo lavoro. Non ci volevo proprio andare alla scuola, la stradina tra i campi era irta e faticosa e in salita in inverno con la neve e il ghiaccio si scivolava; in primavera sui muri a secco potevi incontrarci lucertole e serpenti che oziavano al sole tra i muschi e le microscopiche felci che raccontavano storie e incanti, e ti rapivano, finché le urla della mamma non ti raggiungevano per spingerti avanti.
Ma cos’è la vita, alla fine, se non un ricordo?

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Le lunghe notti – Gli ultimi addii

Lunghe le notti d’attese
Spento a scrutar l’oscuro bianco
Il cuore prosciugato disincanta
La spuma biancheggia
Sul limitar dell’onda
Il brulicare incanta e acquieta
Nessuno chiama, nessun risponde

Risali lento l’arena che imbrunisce,
Amato immor[t]ale che t’attardi,
Rechi un muto pensiero e non mi vedi
Resa pietra dalle marne della rupe.
Siedi accanto, volto amato
Troppo amato al tuo dire, troppo.
Vorresti forse dire, che dir ancora?
Le labbra serrate, lo sguardo stanco.
Un bacio chiedi e ti abbandoni.
Ti accarezzano le mani piccoline.

Sono apparsa sulla spiaggia
Scoglio tra gli scogli, invisibile a me stessa
Ascolto la risacca della rabbia
La tua, ultimo amato d’amor profano, celata
Dalla mente ingannatrice

Dici: “che significa il mio nome, lo sai tu?”
Il nome. Chiedo: “tu sai il mio?”. No’l dici.
Lenta scompaio dalla tua vista
Negato il nome, ombra tra le ombre.
Eppur nell’ombra ancora
Per te pensieri di dolcezza
S’agitano nelle notti bianche
Solitarie nel ritiro fortunoso.

A che è valso il mutuo penare
Se al fin d’una vita narri ancora,
Se-ducente al primo incontro,
Del vagar crudele che t’opprime?

A che valse la presenza amorosa
Che poco chiese e troppo diede?
A te nulla, forse, ché mi annulli.
Un’isola riarsa, a me, terra bruciata
Che per te esplorai nel profondo
Tornando ad ogni alba e al tramonto
Con nuovi frutti e fiori d’incanto.

Scende l’alba pietosa sulla notte scarna
S’alza la nebbia, lontano il pianto.

Pura d’amor sincero
Torno alla rupe di timo odorosa
Muta ascolto e non ho forza
Di sospirare un lamento.

Il vento porta la canzone antica
D’altra rupe: Didone canta.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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