amae

Ti ho lasciato.
Piccola è la speranza
Che ti ritrovi.

Ti ho lasciato
Per eccesso d’amore:
Trova te stesso.

Ti ho lasciato.
La tua ombra cammino.
Ti parlo ancora.

Ti ho lasciato,
Togliendomi la pelle,
La tua libertà.

Ti ho lasciato
Per non perdere poesia.
Anima bimba.

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Ti ho lasciato
Solo perché hai voluto
Che ti lasciassi.

Imbalsamata
In quell’orride notti
Nella laguna.

Viaggio d’inverno
Tra pensieri di morte
Umida e grigia.

Vecchio narciso.
Seduci per poi farti
Abbandonare.

Dichiari umiltà,
In fondo al cuore rabbia
Da troppo tempo.

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dal giardino

Cammino lenta
Un piede avanti all’altro
Leggero è il sole.

Sale la febbre
La rabbia scarnifica.
Riparo i fiori.

Lasciami urlare
Rabbia e dolore muto
Che non comprendo.

Ticchetta l’ora.
Un gioco abbandonato
Attende il nulla.

Estetica e vuoto.
Estasi, talvolta, nel vuoto.
(r)Esta, il vuoto.

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nel giardino

Il più bel fiore
Resterà del giardino
Chi lo abbandonò.

Lussuoso tiglio
Aleggia la minaccia
Del tuo tripudio.

Senza parole
Mi godo la stanchezza.
Lunga è l’ombra.

Alla deriva
Le rose fioriscono.
Chiuso il cancello.

Triste la notte
Lungo il sentiero stanco
S’agita il vento.

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Lettere interrotte

“Ciò che è essenziale in un’esecuzione musicale, e che è difficile raggiungere nella vita, è la capacità di ripartire sempre da zero. Ogni volta che si esegue un brano  è necessario farlo con la freschezza del primo incontro e l’intensità dell’ultimo. E’ difficile avere il coraggio e la forza di partire dal nulla, analizzando le esperienze fatte nel passato per poi ripensare tutto daccapo, in maniera diversa. Cos’ come è altrettanto difficile infondere ad una nuova esperienza la facilità, la naturalezza di ciò che ci è già familiare.”
D. Baremboim “La musica svegli il tempo”

22.07.08 –  Tramonto, intuizioni dal bordo del pontile.

Intuizione è la parola che meglio di tutte descrive nel suo complesso il tipo di relaizone che ho da sempre con te. Tranne una breve parentesi ho sempre intuito i tuoi pensieri, le tue idee, ma non sono mai stata in grado di dialogare con te.
Le intuizione sono solo parole e come le parole pronunciate, ascoltate, hanno una loro vita segreta. Si intrecciano, affondano, riaffiorano. Come se ci fosse un pensiero razionale che analizza il puzzle degli eventi e le immagini parziali di questa ricostruzione sono le intuizioni. Mi è sempre più difficile convivere con le intuizioni quando non c’è modo di verificarle, non si possono esprimere, confrontarle, confutarle.
Non credo risponderai mai a quanto ti scrivo e non smetterò, comunque di scriverti i miei pensieri. D’altro canto non era quello che volevi? Nel tuo bisogno narcisista di che qualcuno ti parlasse?
Ora intuisco che , per quanto tu dica il contrario, non c’è più spazion per me nella tua vita attuale, in nessuna forma. Forse non ingombrante, imbarazzante, massiva, problemantica. Credo di essere diversa dal resto del mondo che ti circonda e la diversità non è motivo di vanto o orgoglio, ma ancora una volta “intuizione” Questa diversità mi rende incompatibile con il tuo mondo,per vari motivi, tra cui, non trascurabile, il tmepo. La mia presenza richiede tempo e costanza, cose che, nell’ordine, non sai gestire e non hai. Mi risulta però difficile credere che tu non abbia avuto il tempo di rispondere ad una telefonata, di attendere un tramonto sul pontile o semplicemente scrivermi quattro parole via mail.
Non c’è tempo per me, forse non sono importante, ma di certo sono problematica e tu hai deciso che problemi e conflitti non li vuoi vedere. Meglio non affondare.  Meglio non affrontare.
Ti si legge in volto che non sei a tuo agio nella tua nuova vita e tra le tante intuizioni c’è questa sensazione che tu abbia ripetutaemente cercato di farmi ribollire di nuovo perché ti togliessi a forza da un pozzo dove non vuoi stare ma da cui non hai il coraggio di uscire, per la solita eterna paura del giudizio morale esterno e di restare da solo con te stesso. Intuisco come ti sia facile lasciarti monopolizzare e manipolare dalle persone che hai intorno. Senza forza per affermare la tua propria forma. Ammesso ne esista una.
Da sempre nella mia testa c’è una voce che parla, con discorsi anche complicati, talvolta retorici. Parla incessantemente ed è come se pescasse i pensieri o le parole sul fondo di un pozzo interiore o un ruscello che emerge per un breve tratto prma di affondare nuovamente sotto il manto erboso. E’ questa voce che mi detta i pensieri e spesso non sono abile e veloce a sufficienza per starle dietro. Spesso di mette a parlare nei momenti più impensati e se non prendo appunti sulle connessioni torrenziali poi li dimentico. La voce però non parla da sola, comunica all’immagine di te che staziona da tempo nella mia testa. Forse è un’immagine necessaria a richiamare i pensieri. Per comunicare è necessario illudersi che dall’altra parte qualcuno ci possa non solo udire, ma specialmente capire. Mi sembrano interessanti e densi i pensieri che la mia voce interiore di porge, li sento sulla pelle caldi ed intensi. Forse, valutati in maniera oggettiva, sono in realtà piccoli pensieri qualunquisti, frasi da rotocalco estivo, ma mi sento comunque di difenderli, perché un pensiero pensato, scritto, regalato, per quanto sciocco, è un dono e un tratto di colore. Non voglio smettere di ascoltare la tua voce, né farla tacere di nuovo, né troncare il dialogo tra la tua voce e il suo alterego, seppure siano evidenti sintomi di una qualche perversione malata.
Perché dovrei smettere di scrivere se l’immaginario dialogo con te riesce a far vibrare corde nascoste e inerti nella mia mente e nel  mio cuore? Forse anacronisticamente e per questo ancora più invitante, un retrogusto da “caro diario” dell’infanzia, di ricordi segreti e di un tempo scandito dal sole e non dall’orologio, un tempo che si dilata fino a fermarsi, adeguandosi al tempo dellacoscienza. Tutto questo accadeva oltre un anno fa, nel buio dell’inverno, aggrovigliata sulla poltrona del pensatore. Grazie a te ho imparato a capire la poesia, a leggerla in profondità, rispettandone il tempo. Cercavo risposte a pensieri e ai dubbi che l’interazione con te generava in maniera affannosa. Sarebbe bello possedere la costanza di scrivere un proprio zibaldone di pensieri, ma anche, una raccolta di citazioni dai libri che incontri, dai ritagli di figure o articoli significativi, spunti di riflessione e di intuizione, perché la comunicazione non necessita sempre di ordine e rigore logico, può essere raffazzonata, spinta, strattonata. Viaggierà su rotaie scardinate e inusuali, ma chi assicura che non sia ancora più efficace?
In gennaio, quest anno, ho acquistato e letto il libro di Andreoli, “Capire il dolore”. Ci ho pianto molto, alcune pagine sono per me toccanti, strazianti. Pagina dopo pagina mi rendevo consapevole che avrei voluto condividerlo con te. Volevi il silenzio, e mi sono trattenuta dall’inviarti quelle frasi che ci riguardavano e che mi innescavano pensieri che non mi hai lasciato il tempo di discutere con te.
Per trovare una via.

La memoria del dolore
“Il dolore mentale cambia l’uomo e la sua visione del mondo. E la percezione del mondo non è la sua spiegazione. Lo si avverte, senza un perché. Solo quando è passato, semmai, lo si può interpretare. Il solore dell’altro mostra come esso stesso sia allo stesso tempo trasferibile, come passi dall’uno all’altro fino a determinare una vera e propria epidemia”

“Il dolore non si cancella mai completamente, lascia traccia dentro la memoria, in questo deposito che ci accompagna come un’ombra, effige del nostro passato che si fa presente quando ritorna alla coscienza…è la nostalgia che letteralmente significa dolore per un ritorno negato, ricordo dolorosamente velato di malinconia” “La nostalgia, la memoria dei sentimenti, mi pare più ricca dei fatti, poiché è Colorata dal dolore. Ognuno di noi è un coacervo di dolore, di quello che ha provocato, di quello che ha subito, visto, condiviso. Un labirinto del dolore, un viaggio in un cimitero del dolore, nel giardino della nostalgia. La mia identità è fatta anche di dolore. In questo cimitero del dolore trova spazio la colpa per ciò che si è fatto e per quanto è stato omesso. La colpa per aver provocato inconsapevolmente dolore, quando l’intenzione era quella di scherzare o di giocare. La colpa per non essere stato vicino a chi ormai non c’è più. La colpa e il dolore di non aver agito quando si poteva. Il dolore è il segno di un legame di amore esistito, di una storia consumata, magari, ma piena di senso, anzi, solo ora sensata, mentre allora appariva folle o inutile, un mero gioco di piacere. […] Si rivive una gioia con le lacrime agli occhi, con una tenerezza che è anche malinconia e dispiacere per la fine, per un tempo che è stato breve, come sempre quando si è vicino alla felicità I sogni riportano alla coscienza anche il dolore- e anzi ci sono sogni pieni di dolore, capaci di intimorire, di spaventare o di rendere tristi, distratti dalla colpa.”

 

La vergogna e la colpa
La nostra è una società della vergogna e non della colpa. Si fonda su una netta distinzione tra vantaggi propri e rispetto dell’altro e ci si preoccupa solo di farla franca. Mancano, insomma, nella “legge dentro di me” l’interiorizzazione del rispetto dell’altro e il sentirsi male se si opera contro di lui. Se è vantaggioso lo si fa, l’importante è non essere scoperti o essere così forti da non temere il giudizio esterno.
La colpa può rodere e generare un dolore inesauribile, infinito. E talora non sembra espiabile, poiché il danno provocato all’altro può essere irreparabile o perché qualsiasi espiazione non sembra mai sufficiente. Se uno possiede un insieme di regole molto rigorose aumenterà il rischio che le infranga…

Il dolore della fine
Il lutto racchiude il dolore per la perdita di una persona cara, con la quale si era stabilito un legame di amore, ma anche di simpatia, di solidarietà. E persino il dolore di qualcuno che non si conosceva personalmente ma di cui si apprezzava l’opera. Anceh se lo sparire è certezza, e dunque l’attesi più comune e banale, tuttavia la constatazione dell’avvenuta scomparsa crea dolore.

Il suicidio e la morte
Ci sono momenti in cui siamo stanchi della vita, in cui si pare inutile e dannoso continuare a respirare, in cui sentiamo di non farcela e allora pensiamo di morire. Non necessariamente carichiamo un revolver, ma attiviamo una liturgia mentale, una finzione sul piano della cronaca, con un vissuto e una partecipazione, però, indistinguibili dal reale […] Una prova di morte  
che ha tutto il colore della “ prima” quando veramente il teatro della morte sarà pronto e la morte entrerà in scena indossando l’abito scuro […] siamo pieni di morte, pieni non solo dei morti che in noi conteniamo, ma anche della nostra morte che vediamo da vivi con terrore e desiderio […] Oltre al suicidio vero e proprio esistono tanti suicidi parziali, uccisioni di parti del nostro mondo interiore, dei desideri, di funzioni vitali che si sacrificano: si sopravvive amputati. C’è chi ha posto nella falsità e nella menzogna la strategia di una sopravvivenza che è contemporaneamente morte.


Il dolore dell’amore
La fine significa dolore, comunque accada, un dolore che sa di lutto e parla dell’abbandono proprio della morte. Per poter sopravvivere bisogna poter odiare; l’odio nasce dal bisogno di evitare il pericolo di perdere la cognizione dei propri confini individuali. L’indifferenza verso l’altro è anche indifferenza al suo dolore, senza contare che il sentirsi trasparenti, invisibili, come si fosse morti che camminano, genera il dolore dell’esclusione.

La speranza
Voglio vivere in un umanesimo che contenga la compassione.
Voglio che l’uomo senta il dolore di un alro uomo senza pregiudizio perché il dolore è lo stesso e certi dolori sono inutili si riscoprirebbe la bellezza del dono, che è prima di tutta offerta di se stessi, metaforicamente espressa da un oggetto pieno di noi. Si riscoprirebbe la grandezza dell’ospitalità, che vuol dire stare insieme per conoscere l’altro con la curiosità che l’altro abbia qualcosa da dare proprio perché è diverso.
E la nostra non è una società della compassione, del sentire il dolore e la gioia dell’altro, ma una società del volontariato operato per lo più da gente che si annoia o che non ha nulla da fare.  (V.Andreoli – Capire il dolore)

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Parlare ancora
Perdermi nei tuoi umori.
Duro risveglio. 2.5.17

Sibilla è il vento.
Nel Giardino morente
Non più lacrime. 2.5.17

Sole nel vento
Ezraloth è tornato.
Nuovo cammino. 29.4.17

Farfalla rara
Sola riprende il vento
Le ali sbranate. 28.4.17

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Volevo essere farfalla.
Non lupo, né pecora,
Solo farfalla.

Uno spillo mi attraversa.
Non più prati o fiori
Solo il muschio
Delle dita amate.

Lente si seccano le ali.
È così lungo il morire.

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L’oceano:
Azzurro
Come il padre.
-sc-

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Con-patisco
Da lontano
E
Non vista
Mi vergogno.
-sc-

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Scrivo
Per non dimenticarti:
L’allodola
Canta
Diverse solitudini
Molteplici.
-sc-

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